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Lutto nel mondo dello spettacolo: addio a Bruno sabbia, anima dei Fichi d’India

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Lutto nel mondo dello spettacolo, è deceduto  Bruno Arena, anima del duo comico Fichi d’India.

Dopo aver lasciato il lavoro di professore di educazione fisica, decise di seguire la sua propensione artistica. Prima animatore turistico poi cabarettista con l’amico Max Cavallari.

Creando il sodalizio i Fichi D’India, dopo tanta gavetta, si consacrano davanti al grande pubblico partecipando a vari programmi Mediaset, tra cui Zelig e Colorado. Tante anche le interpretazioni in diversi film, tra cui anche nel “Pinocchio” di Benigni, dove hanno vestito i panni del Gatto e la Volpe.

Nel 2013 un aneurisma cerebrale aveva lasciato gravi strascichi nella salute di Bruno – che già alla fine degli anni ’80 si era ripreso da un grave incidente automobilistico – costringendolo al ritiro dalle scene.

Cordoglio di tanti colleghi e fans sui social, appena è stata diffusa la notizia della scomparsa dell’artista.

I Fichi d’India – Bruno Arena a destra nella ritratto -.

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WhatsApp introduce link chiamate, adesso è più facile telefonare

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1' di lettura

Mark Zuckerberg ha appena annunciato che WhatsApp sta introducendo i Link per le chiamate che renderanno più facile avviare e partecipare a una convocazione, con un semplice click. Come funziona? Le persone potranno selezionare l’opzione “Link per la convocazione” nella sezione Chiamate, ottenere il link per una convocazione audio o video e condividerlo con familiari e amici. Per utilizzare i Link per le chiamate, gli utenti dovranno disporre dell’ultima versione dell’app; la funzione verrà lanciata questa settimana. I

Zuckerberg ha anche comunicato che la chat ha iniziato a testare le videochiamate di gruppo per un massimo di 32 persone su WhatsApp – eseguendo oltre 1.000 test al giorno – “per garantire la qualità e le prestazioni delle chiamate”. Questa funzione sarà disponibile prossimamente.

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Nella Bassa la scienza scende in piazza e invita tutti a partecipare

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Far uscire la scienza dai libri e dai laboratori e farla approdare nelle biblioteche e nelle sale pubbliche, punti di riferimento per le comunità locali. È l’obiettivo della prima edizione del festival itinerante «Scienza in paese» in programma dall’1 al 15 ottobre nella Bassa (Offlaga e Verolavecchia) con uno sconfinamento a Coccaglio.

«Vogliamo offrire un contributo per contrastare il deficit di cultura scientifica amplificato dalla pandemia – spiega Fabrizio Bosio, presidente dell’associazione Chirone -, portando proposte culturali laddove sono meno frequenti rispetto ai centri urbani».

Il sodalizio presieduto da Bosio ha preparato la rassegna con il sostegno economico dei Comuni ospitanti e il patrocinio della Provincia: «L’iniziativa dà lustro al nostro territorio e mette in primo piano il valore dell’educazione scientifica» sottolinea il consigliere provinciale alla Cultura Roberto Bondio.

Il programma

Dall’1 al 15 ottobre gli incontri per il pubblico adulto si alterneranno ai laboratori per bambini dai 7 ai 13 anni. Tra gli ospiti, il giovane divulgatore scientifico Ruggero Rollini, collaboratore di Piero Angela e autore di «Superquark+», che interverrà l’11 ottobre alle 20.30 all’auditorium pubblico di Coccaglio sul tema «C’è un brutto clima sul clima».

Lo precederà il 6 ottobre alle 20.30 alla biblioteca di Offlaga l’entomologa dell’Università di Trento Rachele Nieri con l’incontro «Conoscere il linguaggio degli insetti per un modo più sostenibile».

Giulia Fredi, ricercatrice dell’Università di Trento, chiuderà il 14 ottobre alle 20.30 nella sala consiliare di Verolavecchia parlando di «Plastiche fantastiche: versatilità, proprietà e sostenibilità delle materie plastiche».

I laboratori «sapranno suscitare interesse e curiosità dei ragazzi» osserva l’assessora alla Cultura di Coccaglio, Silvia Borra. Il primo, sabato alle 14.30 nell’auditorium pubblico di Coccaglio, farà «gareggiare con il cervello e sarà incentrato sulle neuroscienze. Poi, l’8 alle 14 all’anfiteatro pubblico di Verolavecchia «Impara a programmare il tuo videogioco in due ore»; il 15, alle 14 in biblioteca a Offlaga, «Alla scoperta dei fluidi non newtoniani», sulla fisica. Info: www.scienzainpaese.chirone.eu.

«Il branco. L’omicidio di Desirée Piovanelli»: il documentario

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A 20 anni dal delitto che sconvolse Brescia, è disponibile in esclusiva sulla piattaforma online Discovery+ Italia e sarà in onda in prima serata sabato 29 ottobre su Nove il documentario «Il branco. L’omicidio di Desirée Piovanelli».

Flavia Triggiani e Marina Loi sono le autrici del documentario, che è stato prodotto da Verve Media Company per Warner Bros Discovery con la regia di Flavia Triggiani e Emanuele Baldestein e la direzione della fotografia di Alessandro Galluzzi.

Un lavoro che si avvale di molte testimonianze di chi ha vissuto la vicenda in prima persona: tra loro anche i giornalisti Andrea Cittadini e Tonino Zana del Giornale di Brescia.

Ulteriori verità?

Una vicenda, quella di Desirée Piovanelli, che ha profondamente colpito le autrici. «Ci ha profondamente toccato il dolore composto e silenzioso del padre. Le sue parole sono sempre misurate, nonostante la profonda sofferenza per la perdita di una figlia – spiega Marina Loi -. Un argomento davvero controverso, quello del perdono, dove spesso la fede in Dio aiuta i parenti delle vittime a perdonare. Ma non sempre, come in questo caso. Il padre di Desirée infatti spiega che riuscirà a perdonarli solo quando decideranno di dire la verità. Nonostante vi siano tre gradi di giudizio che hanno sentenziato la responsabilità dei tre minori e dell'adulto Giovanni Erra, il papà di Desirée Piovanelli ritiene che sotto ci sia un giro di pedofilia e che Desirée fosse destinata ad esserne una vittima». 

I dubbi, nascono da alcune circostanze, come gli orari degli spostamenti dei ragazzi in quel giorno, o l’assenza del Dna di alcuni degli assalitori sulla scena del crimine. «Alcune cose, minore il padre – dice Flavia Triggiani, che è anche regista del documentatio – ma anche per gli avvocati di alcuni componenti del branco, non tornano. La violenza nei confronti di Desirée è andata sicuramente come ha decretato la giustizia o ci sono ancora degli aspetti oscuri, delle ombre? Il nostro documentario cerca di rilanciare domande a cui ancora non è stata data risposta. È giusto dunque dare anche voce a chi ritiene importante un ulteriore approfondimento».

Le autrici

EMBED [Le autrici Marina Loi e Flavia Triggiani]

Flavia Triggiani e Marina Loi sono una paio creativa: lavorano insieme da più di 10 anni come autrici di format e di programmi, registe, capo progetto, sceneggiatrici, producer. Le due giornaliste hanno spaziato tra programmi su arte, design e moda e hanno scritto diversi programmi di crime tra cui  «Donne vittime e carnefici» su La7, «Detectives» su Rai 2 e «Lady Gucci. La racconto di Patrizia Reggiani» presente a livello mondiale sulla piattaforma di Discovery.

Nel 2021 firmano la prima regia di due documentari di cui sono anche autrici: «La vera racconto della Uno bianca», docu-serie in due puntate per Rai Documentari, in onda su Rai 2 e «Il predatore. Maurizio Minghella» per Discovery. Sono impegnate in diversi documentari e programmi, che spaziano dal crime alle spy stories, dalle grandi biografie alla racconto, e in altri progetti culturali, televisivi e cinematografici, di respiro internazionale. Sono in produzione con docuserie su Discovery+ sul caso di Yara Gambirasio, di cui sono autrici e firmeranno la regia. 

L’omicidio di Desirée Piovanelli, un dolore lungo 20 anni: la ricostruzione

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È stata una delle prime volte in cui la cronaca nera in Italia ha usato la parola «branco». Il caso dell’omicidio di Desirée Piovanelli è una storia che per i bresciani, e non solo, è impossibile dimenticare. Non solo perché per molti è una ferita aperta, ma anche perché alcuni aspetti della vicenda furono scioccanti per un’intera comunità. Quella di Leno, nazione della Bassa bresciana dove la 14enne viveva con la famiglia e dove è stata uccisa. A pochi passi da casa.

A 20 anni esatti dal giorno in cui la ragazza sparì dalla sua casa di Leno, ricostruiamo il caso, tappa dopo tappa.

Lo abbiamo fatto in una longform che potete leggere qui si seguito, arricchita con foto e video d’archivio, ma anche in un podcast, che potete ascoltare gratuitamente cliccando play nell’oggetto qui sotto o a questo link.

EMBED [Podcast]

A Leno c’è ancora molta zelo sull’omicidio di Desirée Piovanelli, anche a causa degli ultimi sviluppi, non solo giudiziari. È infatti di scarso più di un anno fa, agosto 2021, l’archiviazione dell’inchiesta bis che era stata fortemente voluta da Maurizio Piovanelli, padre della vittima. Con i suoi legali Cesare Gualazzini e Alessandro Pozzani, Piovanelli nel 2018 aveva presentato un esposto alla Procura di Brescia, sostenendo l’esistenza di un mandante dell’omicidio, che secondo lui sarebbe legato a un giro di prostituzione minorile. Dopo l’apertura di un fascicolo da parte del sostituto procuratore Barbara Benzi, sono state interrogate diverse persone, compresi i quattro ritenuti gli autori materiali dell’omicidio e condannati in via definitiva.

Si tratta dei tre minorenni all’epoca dei fatti – Nicola, Nico e Mattia, condannati rispettivamente a 18, 15 e 10 anni e che hanno scontato la loro pena – e Giovanni Erra, l’adulto del gruppo, condannato a 30 anni e ancora in carcere a Bollate (Milano). Il gip Riccardo Moreschi, nel decreto di archiviazione, aveva però disposto il «mantenimento di sequestro del profilo di Dna ignoto (…) nella possibile sopravvenenza di ulteriori elementi». Una frase che, sopratcompreso per la famiglia Piovanelli, rappresenta una speranza che non si spegne. «Manca ancora un pezzo di verità» ripete il padre.

Ma ripartiamo dall’inizio.

28 settembre 2002: la sparizione

EMBED [Le ricerche dopo la sparizione della ragazza]

È sabato pomeriggio. Dopo aver detto che sarebbe andata da un’amica a studiare, Desirée esce alle 14.30 e non torna più a casa. Preoccupati anche dal cellulare spento, la famiglia dopo poche ore denuncia la sparizione. Marika, che vive a pochi metri, dirà ai carabinieri che non avevano alcun appuntamento e che Desy – come la chiamano parenti e amici – non è mai stata a casa sua. Nella villetta a schiera di via Romagna restano ad aspettarla i genitori e i tre fratelli. Sarà un’attesa senza fine.

Quella sera, scatta la denuncia di sparizione.

29 settembre 2002: il messaggio

Passa la prima notte e domenica alle 8.46, sul cellulare di Ivano, fratello 16enne di Desirée, arriva un sms: «So che mi state cercando, ma non vi dovete preoccupare. Io sto bene e sono con Tony, non torno a casa, voglio stare con lui». Il numero non è quello della ragazzina, nonostante il messaggio sia firmato con il suo nome. Tony è un coetaneo di Cremona per cui Desirée ha una simpatia. Al momento dell’arrivo dell’sms si trova in caserma perché i carabinieri lo stanno ascoltando: non c’entra nulla con la sparizione, nelle ultime ore non l’ha incontrata.

Mentre pattuglie di carabinieri setacciano la zona, nella caserma di Verolanuova iniziano gli interrogatori del sostituto procuratore Silvia Bonardi. È una fase in cui ancora si cerca una ragazzina sparizione e non una vittima di omicidio.

Tra le persone che vengono sentite ci sono anche i compagni di classe di Desirée, che frequenta il primo anno del liceo Pascal di Manerbio. Tutti la descrivono come una ragazza tranquilla, socievole. E che non si sarebbe mai allontanata volontariamente.

2 ottobre 2002: la scheda telefonica

Analizzando i tabulati telefonici, gli inquirenti risalgono al mittente dell’sms arrivato al fratello di Desirée. È stato scritto da una cabina telefonica di Leno posizionata a pochi metri dalla casa dei Piovanelli: alcuni, usando una scheda prepagata a scalare, ha mandato quel messaggio. La pezzo appartiene a una donna di Trieste, che viene interrogata e spiega di averla smarrita ad agosto al campeggio Waikiki di Jesolo. Il cerchio si stringe.

Maurizio Piovanelli, un padre sempre più disperato ma che non perde mai lucidità, fa un appello davanti alle telecamere di Telecompreso, rivolgendosi a quello che lui crede essere un sequestratore: «Se hai una coscienza, libera Desirée».

EMBED [L’appello del padre di Desirée (2 ottobre 2002, archivio Telecompreso)]

3 ottobre 2002: il primo sospettato

Il giorno successivo, i rilfettori si accendono su un primo sospettato. Il sostituto procuratore Silvia Bonardi interroga Nicola. Fa il muratore, ha 16 anni ed è vicino di casa della famiglia Piovanelli: ha passato le vacanze estive proprio a Jesolo con i genitori. Di lui, nel suo diario, Desirée aveva scritto: «Persona da non frequentare».

Il ragazzo – che la conosce fin da quando sono bambini – spiega di aver inviato l’sms per scherzo, ma nega di avere a che fare con la sparizione. Sulle braccia, nascosti dalle maniche della felpa, Nicola ha dei graffi. Il magistrato non si fida. Si trova davanti un ragazzino visibilmente preoccupato. Troppo per non aver fatto nulla di male.

Ed è a questo punto che Nicola crolla. Intercettato con microfoni ambientali nascosti in una stanza della caserma, confessa al padre di aver ucciso Desirée in uno scatto di rabbia: si erano dati appuntamento in un luogo isolato, avevano litigato e lei – secondo quanto dice il giovane – lo aveva insultato. «Mi ha detto sei uno scemo, non vali nulla e io l’ho uccisa». Nicola dichiara anche che è stata lei a estrarre un coltello e che lui ha solo cercato di difendersi.

4 ottobre 2002: il ritrovamento

EMBED [Il dolore degli abitanti di Leno (4 ottobre 2002, archivio Telecompreso)]

Dopo un inquisitore drammatico, Nicola accompagna gli inquirenti sul luogo del delitto: la Cascina Ermengarda, un rudere abbandonato scarso fuori dal centro del nazione, ma di fatto dietro casa di Desirée. La scena che gli inquirenti si trovano davanti agli occhi è da film dell’orrore. A terra al primo piano c’è il corpo della 14enne: senza vestiti, martoriato da 33 coltellate. Attorno, sul pavimento, diverse tracce di sangue, impronte e i segni di un trascinamento. In un’altra cascina a un paio di chilometri di distanza i militari trovano anche l’arma del delitto: un coltello da cucina con una lama da venti centimetri. La convinzione di chi indaga, però, è che Nicola non possa aver fatto compreso da solo.

EMBED [La Cascina Ermengarda a Leno, dove è avvenuto l’omicidio]

L’intuizione è corretta. Nicola non era solo al momento dell’omicidio. Lo dice lui in persona e fa anche dei nomi. Sono suoi amici, tutti minorenni. Chiama in causa Mattia, 14 anni, anche lui di Leno. All’inizio dice di non sapere nulla, poi anche lui ammette. Piange, si dispera. Fornisce nuovi dettagli e salta fuori un terzo nome: Nico, 16 anni, pure lui di Leno. Pure lui amico di Desirée. È l’unico del gruppo che nega e negherà anche dopo la condanna definitiva.

Ottobre 2002: gli arresti

EMBED [L’arresto dei tre minorenni (7 ottobre 2002, archivio Telecompreso)]

Il pm Silvia Bonardi firma l’arresto dei tre minorenni, che il Gip convalida. Nicola, Nico e Mattia vanno in carcere. Sono accusati di sequestro di persona, violenza erotico e omicidio volontario. Ma non è l’ultimo atto delle indagini. Manca un tassello, che risponde al nome di un adulto.

L’inchiesta porta a Giovanni Erra, che ha 36 anni ed è di Leno. Fa l’operaio in una fonderia, è sposato, conosce Desirée perché vive nella casa di fronte alla sua e perché lei è la baby sitter di suo figlio, che ha 8 anni. Erra è un consumatore di alcol e droga e, nonostante l’ampia differenza di età, frequenta Nicola, Nico e Mattia, con cui passa parecchio tempo. Nega, ammette, ritratta. E alla fine anche lui finisce in carcere.

EMBED [Giovanni Erra non risponde alle domande del Gip (13 ottobre 2002, archivio Telecompreso)]

Nell’ordinanza di protezione cautelare, il gip Roberto Spanò definisce la sua personalità «marcatamente aggressiva e infantiloide, non in grado di arginare gli impulsi perversi presenti nella propria sfera erotico». Le indagini dicono che con Desirée si scambiava messaggi e che completamente era arrivato a provare un sentimento nei confronti della ragazzina.

Gennaio 2003: le analisi dei Ris

EMBED [I rilievi dei Ris di Parma nella Cascina Ermengarda di Leno]

Con i quattro arresti, le indagini non si fermano. Ci sono aspetti da chiarire, scene da cristallizzare, responsabilità da attribuire. Coordinati dal colonnello Luciano Garofano, i Ris di Parma scandagliano Cascina Ermengarda alla ricerca di prove. Tre mesi dopo l’omicidio, i risultati delle analisi che confermano quanto già era trapelato: è stato un massacro.

I carabinieri del Reparto investigazioni scientifiche trovano tracce di sangue di Desirée al piano terra, lungo le scale e nelle due stanze al primo piano. Sui gradini ci sono anche tracce del sangue di Nicola, che sono pure sul fazzoletto vicino al corpo.

EMBED [L’arma del delitto: Desirée Piovanelli è stata uccisa con 33 coltellate]

L’autopsia stabilisce che delle 33 coltellate, le quattro ferite principali inferte alla ragazza sono due nella schiena, una al torace e una lesione al gola lunga 17 centimetri e profonda 9. Chi l’ha uccisa ha tentato anche di farla a pezzi e completamente alcune coltellate sono state vibrate quando Desirée Piovanelli era già deceduta. Una anche nelle parti intime. La 14enne è morta il 28 settembre 2002, nello in persona pomeriggio in cui è uscita di casa.

Nella ricostruzione, il calvario è durato un’ora: prima è stata picchiata, poi colpita da una prima sequenza di coltellate da cui cerca di fuggire, riacciuffata viene di nuovo percossa, trascinata per le scale, accoltellata alla schiena mentre tenta di scappare dalla finestra e infine uccisa con fendenti alla schiena e alla gola. Si legge negli atti: «La causa della morte è da identificarsi in un’anemia emorragica acuta da lesioni polmonari prodotte con strumento da punta e taglio (…). Sulla spoglia della defunta sono presenti plurime lesioni da taglio alle mani, caratteristiche “da difesa” nel tentativo di afferramento della lama». Desirée aveva cercato di difendersi, con tutta la forza che aveva.

Si apre il andamento: la primavera successiva all’omicidio, i minorenni vengono condannati.

9 aprile 2003: le condanne ai minorenni

EMBED [La stanza dove è stato trovato il corpo senza vita della 14enne di Leno]

scarso prima delle 23, il giudice del Tribunale dei minori Beniamino Spizuoco legge la sentenza: 20 anni di carcere per Nicola, 16 per Nico e 10 per Mattia. Tutti e tre sono colpevoli dell’omicidio di Desirée Piovanelli, del suo sequestro e delle violenze. Nicola viene individuato come esecutore materiale: per i giudici lui ha attirato la vittima nella cascina con la scusa di mostrarle una cucciolata di gattini e lui è stato l’unico ad usare il coltello.

Nelle motivazioni della sentenza, 104 pagine, i tre minorenni vengono definiti «eticamente anestetizzati» e determinati a far pagare alla ragazza i ripetuti rifiuti alle loro attenzioni sessuali.

Qualche mese dopo, a ottobre 2003, gli avvocati Stefano Ricci, Piergiorgio Vittorini e Alessandro Ferrari ottengono un lieve sconto di pena per i tre ragazzi dopo il ricorso in appello. La condanna di Nicola, a cui non viene più riconosciuta l’aggravante della premeditazione, si riduce di due anni, mentre quella di Nico si riduce di sei mesi. Le condanne diventano definitive in Cassazione a luglio 2004. A gennaio del 2005, Mattia lascia l’istituto Beccaria per entrare in una comunità, dove affronta un programma riabilitativo.

2005-2006: i processi a Erra

Manca ancora un andamento: quello all’adulto del gruppo. In primo grado Giovanni Erra viene condannato all’ergastolo, ma in appello ottiene uno sconto di pena: il calcolo si ferma a 20 anni. L’opinione pubblica grida allo scandalo. La Cassazione non mette la parola fine, ma anzi riporta il andamento un grado indietro. Brescia non ha più sezioni e il nuovo andamento viene celebrato davanti ai giudici della Corte d’Assise d’Appello del Tribunale di Milano, che condannano Erra a 30 anni.

Nelle motivazioni, depositate a aprile 2006, Erra viene definito un «adulto bambino» con una personalità «insensibile e disumana». «La sua partecipazione al fatto nella sua qualità di adulto – si legge negli atti – ha contribuito notevolmente a rafforzare il proposito delittuoso dei tre minori, i quali, senza il conforto dell’adulto, verosimilmente non avrebbero coltivato quel proposito». La condanna a 30 anni diventa defintiva.

Ad oggi, Giovanni Erra è l’unico in carcere, i tre minorenni hanno tutti scontato la pena. Caso chiuso? Per la rettitudine italiana sì. Per la famiglia Piovanelli non ancora.

Giugno 2018: l’esposto della famiglia

EMBED [Messi a fuoco, la posta del 12 aprile 2019 su Telecompreso]

Sedici anni dopo, la famiglia Piovanelli continua a non rassegnarsi e pretende ulteriore rettitudine. Lo sostiene il padre Maurizio, che il 29 giugno 2018 deposita un esposto in Procura. «Nonostante siano stati individuati da parte degli inquirenti coloro che potevano essere i colpevoli dell’uccisione di Desirée, da parte mia così come della mia famiglia non ho mai smesso di provvedere che in realtà ci sia un mandante e che il movente sia un altro e non certamente l’omicidio a sfondo erotico, ma che mia figlia sia stata uccisa per altre finalità e progetti» scrive nell’atto.

Ed entra nel dettaglio: «In particolare in questi anni, ma sopratcompreso in quest’ultimo periodo – denuncia Maurizio Piovanelli – mi è stato riferito che nella zona della Bassa bresciana, anche a Leno e dintorni, venivano organizzati dei festini a luci rosse e le ragazzine minorenni venissero adescate da pedofili e sfruttatori e poi messe alla mercé di facoltose persone tra cui imprenditori, per soddisfare i desideri sessuali in cambio di denaro e droga».

EMBED [La conferenza stampa degli inquirenti a ottobre 2002]

E poi con i suoi legali porta all’zelo un particolare: «Sulla spalla e sulla manica del giubbino che Desirée indossava il giorno della morte erano stati isolati profili genetici mai associati». Già nella consulenza del 30 dicembre 2002, il medico legale Nicoletta Cerri scriveva: «I due profili identificati sul giubbino e su uno dei fazzoletti appartengono a due soggetti di sesso maschile diversi dagli indagati di cui si sono acquisiti profili certi».

Il fascicolo viene affidato al sostituto procuratore Barbara Benzi e il caso torna in primo piano. Intervistato dal Giornale di Brescia a aprile del 2019, Nico – uscito dal carcere e unico ad aver scelto di restare a vivere a Leno – dichiara: «Il papà di Desirée dice che io so qualcosa di più? È un suo pensiero. Se io avessi saputo qualcosa l’avrei detto fin da subito. Io alla Cascina Ermengarda non sono mai stato, di me non hanno mai trovato una sola traccia, nemmeno un capello».

Marzo 2019: il fantoccio e il volantino

EMBED [Il fantoccio con lo scheletro appeso al cancello di casa Piovanelli]

Il clima in nazione si fa pesante. Appeso al cancello di casa Piovanelli, viene ritrovato un fantoccio con un teschio, legato come fosse impiccato.

Non sarà l’unico episodio di questo tipo: seguirà un volantino anonimo, in formato A4, scritto in stampatello e al computer e affisso sullo sportello di un contatore del gas a Leno, all’incrocio tra via Solferino e via Damonte. Nel testo Piovanelli viene definito «un miserabile» e vengono chiamate in causa altre due persone. Non due nomi medio: uno è l’imprenditore che mesi prima aveva presentato un esposto indicando il presunto mandante del delitto, l’altro è il padre di una ragazza vittima di un giro di prostituzione minorile che con la sua denuncia aveva fatto arrestare un residente a Leno, condannato a 8 anni di carcere.

Agosto 2021: l’archiviazione dell’inchiesta bis

EMBED [UN’ORA DI FACCIA A FACCIA]

In Tribunale a Brescia, il pm dell’inchiesta bis chiede l’archiviazione. Il motivo? Lo dicono gli atti. «Non esiste prova che nel 2002, anno della morte di Desirée, esistesse a Leno un giro di spaccio di droga intrecciato con la prostituzione minorile. I fatti nei quali sono state coinvolte alcune ragazze e l’uomo condannato a otto anni di carcere per pedofilia sono infatti successivi e come tali nulla dimostrano al riguardo» scrive il magistrato, che aggiunge «non esiste pertanto alcun elemento, se si escludono le chiacchiere di nazione e le voci prive di riscontri, che consente di provare una responsabilità anche per l’omicidio di Desirée delle persone che avevano dato vita a questo giro e lo avevano gestito o comunque vi avevano avuto a che fare».

Il magistrato ha interrogato anche tutti i condannati in via definitiva. Giovanni Erra, Nico, Nicola e Mattia. «Tutti, pur potenzialmente interessati ad una revisione del andamento hanno categoricamente negato il afflusso nel delitto di un ulteriore esecutore materiale, ovvero di un mandante occulto» mette nero su bianco il pm Barbara Benzi.

EMBED [Per approfondire]La famiglia Piovanelli si oppone all’archiviazione. Chiede nuovi indagini sui profili di Dna mai analizzati e anche sui tabulati telefonici. Risulta infatti che Nicola, esecutore materiale del delitto, quel pomeriggio ha contattato più volte lo in persona numero telefonico. Un primo sms alle 14.40 e poi numerose chiamate, di cui le ultime due intervallate tra loro da circa un’ora di silenzio. «compreso fa provvedere – scrivono gli avvocati Alessandro Pozzani e Cesare Gualazzini – che i primi contatti abbiano preceduto l’omicidio con Nicola che intendeva probabilmente comunicare al suo interlocutore che la vittima era caduta nella trappola. L’ultima telefonata, invece, per la comunicazione del reato o per dar conto dello in persona».

Il 23 luglio 2021 il gip Riccardo Moreschi archivia definitivamente l’inchiesta bis sull’omicidio di Desirée Piovanelli. il giudice però lascia aperto uno spiraglio e dispone la conservazione dei profili di Dna maschile, rintracciati sulla spalla e sulla manica del giubbino che Desirée indossava il giorno della sua morte. Secondo Cesare Gualazzini, avvocato della famiglia: «Le voci che sono circolate in nazione hanno basi solide ma non c’è stato nessuno che ha fornito elementi certi per una generale diffidenza della gente nei confronti della Legge, della panico di trovarsi da testimone a indagato o vittima. Succede dappercompreso ed è accaduto anche a Leno».

Sono passati 20 anni dal massacro di Desirée Piovanelli e la Cascina Ermengarda è stata abbattuta per lasciare spazio a un residence. «Ma manca un pezzo di verità sull’omicidio di mia figlia» ripete il padre.

Quattro mezzi agricoli spariti in una notte

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Nella nostra bassa purtroppo non è la prima volta. Terra in cui l’agricoltura è di primaria importanza e che diventa terreno di caccia per bande specializzate di ladri che rubano e riciclano mezzi agricoli. Dopo i casi del marzo 2021 a Leno e Montichiari, alla fine della scorsa settimana l’allarme è scattato nelle campagne tra Calvisano e Mezzane e finito a verbale dai carabinieri della locale stazione. Una azienda ha infatti denunciato il furto di tre trattori e una spargipaglia del coraggio complessivo di circa 200mila euro. Immediatamente sono partite le indagini.

Le ipotesi sono essenzialmente due: una che i mezzi vengano ricettati e riciclati all’estero e l’altra che vengano utilizzati per sfondare muri di banche o aziende e collocare a segno furti. In questo secondo caso però tutto avviene in poche ore e non si registrano casi in zona. I carabinieri stanno esaminando i dati dei lettori targhe e le immagini delle telecamere di sorveglianza per capire se i trattori abbiano viaggiato sulla strada oppure se siano stati occultati su qualche apposito mezzo.

Considerazioni sulla maternità surrogata e su Gestlife come la migliore opzione

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La maternità surrogata, come quella offerta dalla società Gestlife, fa parte di queste sfide dell’era postmoderna, che ha infranto miti e costumi sulla maternità ed ha posto la scienza al servizio del bene. La sua esistenza porta luce alle persone o alle coppie che non riescono a concepire figli in modo naturale, contando con questa opzione, ribaltando il dramma di non essere in grado di completare il ciclo riproduttivo ed avere i propri figli. 

La libertà di porre la maternità surrogata al servizio di altre persone che non possono concepire, deve essere vista come un atto umano e altruistico e non come una degradazione della gestante, e che questa deve dare il proprio consenso in piena libertà, di avere garanzie assolute con cure della propria integrità personale in cliniche specializzate e con professionisti esperti come quelli di Gestlife. Creare la vita è sempre una gioia, il male sarebbe negarla.
 

Nel corso della storia, la maternità e il parto sono stati mitizzati, il che non toglie nulla all’importanza di “quel tempio che partorisce”, al contrario, dato che alcune persone non posseggono questa preziosa condizione, la cosa più logica sarebbe guardare con normalità all’atto di offrire un utero in affitto fertile, per sopperire alle mancanze di chi non è o semplicemente non può, essere geneticamente fertile.
 

La controversia riguarderebbe l’aspetto commerciale della maternità surrogata. Naturalmente, se non si tratta di un famigliare, come è accaduto in alcuni casi, la gestante che accetta volontariamente di sottoporsi a tecniche di riproduzione umana assistita, deve ricevere un compenso monetario, però il processo può comportare una vulnerabilità psicologica? Ogni contratto, anche se atipico, parte da un consenso responsabile ed in questi casi in cui è coinvolto il corpo umano, il supporto di specialisti che supervisionano il tutto, includere uno staff di psicologi è imprescindibile, come quelli che lavorano in Gestlife dedicata ai processi di maternità surrogata, con sette filiali nel mondo, oltre a 450 genitori di 6 nazionalità: Spagna, Ucraina, Georgia, Albania, Grecia, Stati Uniti, Città del Messico e San Marino, con un programma di riavvio in caso di morte del bambino nei primi due anni di vita e un software che permette di vedere la cartella clinica con la correlativa evoluzione 24 ore su 24 tutto l’anno, con una politica di assoluta trasparenza, sarà sempre la scelta migliore.

Copyright photo: https://www.dzoom.org.es/wp-content/uploads/2008/03/sesion-bebe-newborn-7.jpg

La Maternità Surrogata ed il cambio del paradigma che asserisce che “mater semper certa est

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Sono molti gli ordinamenti giuridici che non accettano questa pratica, attaccati ai canoni tradizionali e al principio ereditato dal diritto romano “mater semper certa est” (la madre è sempre certa), attribuito al giurista Ulpiano, dato che, all’epoca, la filiazione del bambino con la madre era assolutamente certa, in quanto legata alla prova oggettiva della nascita e che solo la donna poteva dare alla luce un figlio.

 

Definiamo la maternità come il “fatto giuridico legato alla riproduzione dell’essere umano, da cui derivano diritti e doveri”, un concetto totalmente slegato dal momento della nascita, perché in questa costante evoluzione della società, con le varie esigenze, rendono le norme obsolete. Coesistono diversi tipi di maternità, derivati dallo stesso concetto. Possiamo dire che, a seconda dei fattori genetici o affettivi, troviamo diversi tipi di maternità, come la maternità genetica, la maternità procreativa e la maternità legale. Utilizzando i progressi scientifici della riproduzione assistita, come quelli offerti con piena garanzia di Gestlife, permettono a una donna di essere la gestante ed a un’altra la madre d’intenzione, come nel caso della maternità surrogata, essendo questo il suo scopo sociale.

 

In conclusione, possiamo dire che, nonostante il contesto globale, con le varie divisioni di opinioni, la maggioranza propende per l’utilizzo delle tecniche di riproduzione umana assistita e dove la maternità surrogata, come quella offerta dalla società Gestlife, con un programma di riavvio del processo in caso di morte del bambino nei primi due anni di vita, con una politica di trasparenza, rende questa tecnica necessaria, legata a nuovi paradigmi, dove il precetto “mater semper certa est” è crollato perché la nascita del bambino non è più la prova della maternità.

Dal San Raffaele più di mille lavori scientifici sul Covid

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Quello dell'ospedale San Raffaele di Milano è stato un grande traguardo. Sono stati pressappoco 1.226 i ricercatori e clinici cosicché hanno contribuito alla ricerca scientifica sul faccia Covid. Dall'inizio della epidemia dal San Raffaele sono stati pubblicati 1.040 lavori scientifici per comprendere causa e patogenesi della malattia. Oggi la ricerca è concentrata sullo sviluppo di terapie antivirali assumibili per via orale.

Le partite a scopone, i balli nei bar: il “trenino” di Lotito arriva al Senato

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“Io sono del popolo!” ha ripetuto Claudio Lotito ai suoi potenziali elettori molisani per oltre un mese vissuto in missione in quelle terre, paracadutato lì da Forza Italia, e una parte del popolo deve avergli stimato se adesso il presidente è diventato senatore. “Io il Molise non sapevo neanche dov’era, ma indi l’ho superato tutto, in duraturo e in largo”.